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Parliamoci chiaro: il problema degli amaretti buoni è che non riesci a fermarti. Ne prendi uno pensando che basta uno, poi mentre lo stai ancora finendo la mano è già andata verso un altro, e quando ti accorgi di quello che sta succedendo il sacchetto è già a metà. È sempre così. E non è una questione di golosità — o almeno, non solo. È che un amaretto fatto bene ha qualcosa dentro che chiama. Quella punta di amarezza che invece di fermarti ti fa andare avanti. Quel cuore morbido che si scioglie in un modo che non ti aspetti mai abbastanza. Quell'aroma di frutta secca e agrumi che resta in bocca e ti convince che uno in più non fa male.
Il problema, con i nostri amaretti, è fermarsi. Te lo diciamo subito, così sai già cosa ti aspetta.
Con poca roba e tanta attenzione. Frutta secca finemente macinata, zucchero, albumi, aromi naturali. Quando gli ingredienti sono pochi non puoi nasconderti dietro niente: si vede tutto, si sente tutto. La qualità della frutta secca si sente. Il bilanciamento tra dolce e amaro si sente. Anche il tempo — quello che dai all'impasto per riposare, quello che gli dai per asciugarsi prima del forno — si sente, eccome se si sente.
L'impasto lo lavoriamo a mano. Ogni amaretto viene formato a mano, uno ad uno. Non sono tutti perfettamente identici — qualcuno è un filo più grande, qualcuno ha una crepa in superficie che lo rende ancora più bello — e questo non ci disturba per niente. Anzi. È la prova che nessuna macchina li ha toccati. La cottura la controlliamo con attenzione perché è il momento più delicato: troppo e perdi quella morbidezza interna, troppo poco e non ottieni quella croccantezza sottile in superficie che è metà del piacere. Ci vuole occhio. Ci vuole esperienza. Ci vuole la voglia di stare lì a guardare invece di fare altro.
Non facciamo grandi quantità. Non vogliamo. Preferiamo fare meno cose e farle come si deve.
Prima ancora di morderlo senti l'odore. Caldo, tostato, con quella nota agrumata che ti sorprende ogni volta anche se sai già che c'è. È uno di quegli odori che ti riportano da qualche parte — in una cucina di qualcuno, in una pasticceria di un paese che hai visitato una volta, in un momento preciso che non sai bene come descrivere ma che ricordi perfettamente.
Poi lo mordi. La superficie cede con quella piccola resistenza croccante che è il segno che la cottura è andata bene. E poi il cuore: morbido, compatto, che si scioglie lentamente con una dolcezza piena e quella punta di amarezza che è il cuore di tutto. Non è amaro in modo sgradevole. È amaro in modo che ti fa capire perché si chiama così, in modo che dà carattere, in modo che ti fa venire voglia di un altro morso per capire meglio.
Il finale è lungo. Caldo. I sentori di frutta secca restano, gli agrumi salutano un'ultima volta, e tu sei già a metà del secondo amaretto.
Con cosa li mangiCol caffè, ovvio. È l'abbinamento più vecchio del mondo e funziona ancora meglio di qualsiasi cosa nuova tu possa inventarti. L'amaro del caffè e l'amaro dell'amaretto si capiscono, si rispettano, si completano. È una di quelle combinazioni che esistono da così tanto tempo che ormai sembrano naturali come il sole la mattina.
Ma funzionano benissimo anche con il tè, specialmente quelli con note floreali. Con un bicchiere di Marsala o di passito siciliano diventano un momento diverso, più lento, più consapevole. Con il latte per chi preferisce qualcosa di più morbido e avvolgente.
E poi c'è la cucina. Sbriciolati sono una base straordinaria per dolci al cucchiaio — tiramisù, semifreddi, creme — dove la loro nota amara crea un contrasto che nessun biscotto normale riesce a fare. Su un gelato artigianale aggiungono croccantezza e profumo. In una confezione regalo fanno fare una bella figura, quella vera, non quella da supermercato.
Chi ha voglia di una colazione che non sia la solita cosa anonima. Chi vuole portare qualcosa di buono a casa di qualcuno e non sa cosa prendere. Chi cucina e sa che quando gli ingredienti di base sono buoni il risultato finale è un'altra cosa. Chi ha un ricordo preciso legato agli amaretti e ogni tanto ne ha bisogno.
E chi, semplicemente, ha capito che la differenza tra un amaretto industriale e uno fatto a mano è la stessa differenza che c'è tra una fotografia del mare e il mare. Entrambi ti mostrano la stessa cosa. Ma solo uno ti fa sentire la salsedine sull'aria.
Il problema è fermarsi. Ma chi ha detto che bisogna farlo?Questi sono gli amaretti artigianali siciliani di Trinakiafood. Fatti a mano, con ingredienti selezionati, con quella punta di amarezza siciliana che li rende inconfondibili. Ne prendi uno. Poi ne prendi un altro. Il problema è fermarsi. Ma in fondo, chi ha detto che bisogna farlo?